Scherzetto dolcetto.

Quella di Halloween in Italia è una moda idiota che non ci appartiene e dunque respingo in toto la festa e le sue conseguenze.

Ma negli USA è diverso. Nei condomìni chi vuole permettere ai bambini dei vicini di suonare alla porta per il rituale “trick or treat” scrive il proprio nome e numero di appartamento su una lista che poi circola in modo che i genitori sanno dove i figli non saranno presi a fucilate se suonano per rompere i maroni. Il prossimo anno se mi troverò qui di nuovo in concomitanza con Halloween ho deciso di partecipare: arriveranno diversi mocciosi vestiti come dei piccoli deficienti ai quali dispenserò sorridente molti dolcetti come questo:

Caca! Basta la parola.

Sono contro la stipsi infantile, mi dovrebbero ringraziare ed offrire una laurea honoris causa per la mia opera meritoria.

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Corrente elettrica

Sto per scrivere qualcosa di tremendamente scontato, ovvio, banale che se lo scrivesse qualcun’altro mi metterei due dita in gola per vomitare e mi taglierei i capelli a zero.

Non capite ? Siete dei tonni.

Questa è una foto che riprende un momento di normale vita in una strada di New York. Eppure c’è qualcosa di straordinario, di inatteso, di inusuale. Va bene, per chi non capisce; il semaforo è spento. Seicentomila persone sono ancora senza corrente a Manhattan. Interi blocchi sono al buio perchè le centrali sotto terra sono state invase dal mare ed i semafori non funzionano. Questo incrocio era tranquillo, ma altri erano formati da due file di auto bloccate in entrambe le direzioni. E poi un’altra scena inusuale.

La corrente manca da blocco a blocco. Nelle zone di confine si vedono scene come questa: qualcuno trova una presa di corrente che funziona sul marciapiede e si forma la coda per caricare telefoni, Ipad, smart phones. Sulla 3rd avenue il confine tra la corrente e il buio è sulla 39a strada. Nei blocchi tra 39, 40 e 41 dove la corrente c’è, molti negozi e bar hanno passato delle prolunghe con delle spine multiple che arrivano fin sulla porta per consentire a quelli che vivono nei blocchi limitrofi e sono al buio di sedersi sul marciapiede e caricare i propri cellulari e cos’altro serve. Per chi non lo sapesse, questa è New York.

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Non fanno più le bandierine segnavento di una volta.

Sono molto disappointed. Muthafucka flagga.

Vacca boia, si sta rompendo definitivamente. Oltre a segnare il vento del tetto di casa che non è lo stesso vento del mondo circostante ma gira ad minchia canem, è la seconda che devo sostituire. Ma benchè serva davvero a poco come riferimento meteorologico, ci sono affezionato e quanto prima la sostituirò.

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Generi di conforto.

Il “genere di conforto” per definizione è la gnocca. Non ricordo a chi l’ho sentito dire, ma qui mi riferisco a dolci. Il mio posto preferito è sorprendentemente aperto e vende queste cose che, non posso negare, mangerei a quintali.

I generi di conforto che fanno ingrassare

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The day after tomorrow.

Proprio un gran film del cazzo. Ero andato a vederlo, temevo che mi avrebbe irritato ed in effetti mi ha irritato come prevedevo. Mi è tornato in mente per ovvi motivi.

Grandi effetti speciali, ma la fattispecie scientifica è totalmente irreale. Nessun ciclone potrebbe veicolare aria dalla stratosfera al suolo, è contro ogni legge fisica, è come una vacca che vola perchè ha mangiato le fagiolane. Un regista impegnato può anche venire a raccontarmi che per davvero una vacca dopo una settimana nutrita con cucurbitacee potrebbe prendere il volo, ma io non ci credo. Pertanto tutto il film si regge su una ipotesi sballata.

Il film è naturalmente pervaso da storielle mielose prevedibili, note, già viste e scontatissime come un tuono dopo il fulmine. Il rapporto tra padre e figlio, tra moglie e marito, tra amici. Il buono ed il cattivo, il furbo e lo scemo, bibì e bibò.

Non so se una nave potrebbe davvero arrivare di fronte alla libreria che c’è a New York sulla quinta strada, la stessa che veniva ricoperta da una sostanza melmosa verde in Ghostbuster (film molto più credibile) ma ho il sospetto che la quasi totalità delle circostanze mostrate in questo film sia incompatibile con la fisiologia umana e/o la fisica.

Ho semmai trovato affascinante il concetto che i popoli del ben nutrito ed opulento nord vengano travolti dal cattivo tempo e chiedano asilo nel sud del mondo, che, benevolo, li accoglie. Io penso che ci prenderebbero a badilate ed avrebbero ragione, comunque sia, ho il sospetto che questo sia un film da repubblicani; ti mostrano una serie di catastrofi così irreali perchè alla fine quando esci dalla sala non sei convinto che devi risparmiare sul riscaldamento, ma sei convinto che qualcosa del genere non può succedere, anzi non succederà mai e dunque affanculo il risparmio energetico, il riciclaggio dei rifiuti, l’energia solare o elolica. Andiamo a trapanare il fottuto artico per tirar fuori petrolio.

Ma la cosa in assoluto più irritante di questo filmetto, come di quasi tutti i film catastrofici, è il finale di speranza. I nostri eroi sopravvivono ad un olocausto immane, centinaia di milioni di morti tra atroci sofferenze, il pianeta sconvolto, amici, parenti, tutti morti. Sono feriti, amputati, sanguinanti ma, ad un minuto dalla fine, qualcuno salva un bambino, o un vecchio, il suo cane o un pesce rosso. E tutti a ballare, ridere, abbracciarsi, brindare, gridare dalla gioia, tutti a “darsi il cinque”. Perchè il dramma è alle spalle, fanculo tutti ridono ed il film termina tra la soddisfazione generale. Questo è lo spirito della frontiera.

Ma non può essere così, lo capirebbe chiunque. Non hai risolto i tuoi problemi salvando un fottutissimo cane o un bambino con l’alopecia tirato fuori da una barca in fiamme colpita dal raggio della morte di una astronave. Perchè quando il fumo e la polvere della devastazione si sarà posata, ti continueranno ad arrivare le bollette della luce ed Equitalia ti pignorerà la casa anche se la tua casa è stata inghiottita da un vulcano e la tua banca sbriciolata da un tornado. La tua automobile si è sciolta, via Tolemaide è un letto di lava incandescente, ma verrai fotografato comunque sulla corsia dell’autobus e ti arriverà la cartella esattoriale con la multa più la mora. Arriverà un accertamento fiscale a tuo padre anche se tuo padre è morto travolto da un’onda alta 100 metri mentre cercava di salvare il gatto. Il call center di Telecom Italia continuerà a chiamarti per offrirti una nuova tariffa anche se tutti i tuoi contatti in agenda sono stati annientati da un asteroide mentre fuggivano sul 20 barrato. E probabilmente morirai di stenti perchè il supermercato è sepolto sotto 15 metri di ghiaccio, ma sei felice perchè tua figlia (che prima del film hai violentato ripetutamente) adesso ti vuole bene anche se ti ucciderà per mangiarti. Che film del cazzo.

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The aftermath

Oggi ho rimesso il naso fuori. Questa è Park Avenue all’altezza della 70ma strada.

Park Avenue alle 11 del 30 ottobre

In genere a quest’ora è affollata di automobili, oggi invece davvero poco traffico, silenzio e ancora meno pedoni. Ogni tanto arriva una ramata di pioggia fine,  che essendo però pioggia americana di provenienza tropicale bagna di più di quella italiana. (Et voilà la mia esterofilia portata al ridicolo).

Uffici, ristoranti, supermercati e negozi chiusi.

Ma la Apple non ha soldi per i sacchetti di sabbia?

Anche il negozio della Apple è chiuso. Alcuni turisti disperati si aggirano intorno alla costruzione in cristallo come smarriti. Come le farfalle che di notte sbattono contro la finestra chiusa cercando di entrare. Magari vengono dalla punta meridionale del Cile, hanno risparmiato una vita per poter venire a New York e comprarsi un Iprot e si trovano il negozio chiuso. Chiuso e con la porta di accesso protetta da una elegante trincea di sacchetti color verde scuro, intonati con il colore del tetto dell’hotel Plaza, che è di fronte e si vede riflesso nella vetrata. Per inciso, in questa posizione il negozio non è a rischio di alta marea, o perlomeno non ancora. Ma la pioggia intensa spinta dal vento si infila nella bella ma poco sigillante porta di ingresso. Comunque, questo è il posto dove gli appassionati di roba Apple passano le giornate, prima in coda per entrare nel negozio, poi in coda per acquistare qualcosa, poi in coda per le personalizzazioni, poi in coda per pagare ed infine in coda per uscire dal negozio.

In attesa dei soccorsi, i locali armati di strumenti di fortuna si mettono all’opera per liberare per quanto possibile la strada e le auto dai rami e dalle fronde di un albero caduto per il vento.

Infine  l’Hunter College che è stato adibito a ricovero per chi è rimasto al buio o vive nelle zone che sono ancora off limits per i residenti.

Un ricovero per sfollati

Questa sera ho ascoltato il sindaco Bloomberg che, in una semplice conferenza stampa, spiegava lo stato dei soccorsi e come procede lo sforzo del ritorno alla normalità. Abituato alle cose di casa nostra, il sindaco Bloomberg sembra provenire da un altro pianeta, o sembra far parte di una razza diversa da quella che abita “Palazzo Tursi”. No, credo sia impietoso fare paragoni in termine di preparazione, proprietà di linguaggio, spessore professionale, esperienza politica, competenza gestionale, abilità nel comunicare, aspetto, serietà dello staff, simpatia, senso dell’umorismo, credibilità. Un giornalista ha chiesto se il Presidente Obama sarebbe venuto a visitare New York per vedere gli effetti di Sandy. Bloomberg ha risposto che aveva sentito Obama in mattinata e che gli avrebbe fatto molto piacere incontrarlo a New York ma tuttavia, in questo momento, ha un sacco di cose a cui pensare… “We would love to have him, but we’ve got so many things to do… ” Fantastico.

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Saluti da Sandy

New York. E’ lunedì mattina 29 Ottobre 2012, non è giorno di vacanza, non è una bank holiday eppure le strade sono deserte. Pochissime auto e pochissimi pedoni, nessun autobus, nessuna folla di gente che entra e esce dalla stazione della metropolitana. Nessun aereo sorvola la città, è davvero surreale.

Sta arrivando Sandy, un ciclone tropicale che, in modo rocambolesco, dopo aver percorso il suo tragitto normale verso nord est, per effetto di una anomala larga zone di alta pressione sulla Groenlandia ha appena deviato verso ovest e punta contro la costa.

Pochi margini di errore sulle previsioni: questa è la tempesta perfetta. L’incubo di ogni meterorologo si sta per avverare. Un ciclone tropicale che prende una direzione inaspettata e che incontra sulla terra ferma un fronte artico in arrivo dal Canada.

53 milioni di americani hanno gradualmente iniziato ad esserne colpiti, è il più grosso sistema perturbato dopo quello del 1938 che più o meno seguì lo stesso percorso mostrando come, non solo in teoria, ci possono essere alcuni fattori i quali, se arditamente combinati, possono dare origine ad un sistema di straordinaria vastità. Il mare si alzerà in alcune zone di oltre 5 metri, il vento soffierà costante ad oltre 100 Km all’ora, la pioggia non sarà eccezionale, 300 millimetri, ma in certe zone interne cadrà sotto forma di neve. Si prevede che alcuni milioni di famiglie resteranno al buio per settimane.

Me ne starò due giorni al chiuso a leggere. L’importante è non guardare “the weather channel” in televisione. Ne stanno facendo un teatro, sono specialisti nel gettare le gente nel panico, ci sarebbe quasi da ridere, se non fosse che Sandy è realmente a trecento miglia da qui e tra circa 8 ore sarà qui sopra.

Vabbè, staremo a vedere.

Aggiornamento, ore 12 locali.

Pare che il peggio stia per arrivare. Stanno per chiudere i vari ponti ed i tunnel che collegano Manhattan con il New Jersey, con Brooklyn, Queens e Bronx. Visto dalle finestre non sembra un granchè, non più di una forte libecciata a Genova, anche la pioggia è debole. Ho ascoltato il sindaco Bloomberg alla televisione, ha parlato a lungo e non ha parlato di catastrofe ma di danni enormi diffusi.

Il tutto dovrebbe finire domani, o meglio tra circa 24 ore. Strade sempre deserte, a parte la presenza di Miriam che si sentiva un leone in gabbia ed è uscita per fare due passi. Il centro della struttura che è ancora un urgano di categoria 1 è a 160 miglia da qui, quando arriva diventerà una semplice tempesta tropicale,  andrò per le strade a far foto. Forse!

Aggiornamento ore 2 del pomeriggio

Il vento è abbastanza sostenuto, la pioggia non è forte, viaggia orizzontale sotto forma di goccioline. La preoccupazione è data dal mare che sta iniziando a salire. Abbiamo cibo e cioccolato per resistere fino a mercoledì. No problem!

Aggiornamento ore 3 del pomeriggio

Il vento è a raffiche; si passa dalla quasi calma a raffiche violente. Una grossa gru sul tetto di un grattacielo in costruzione poco lontano da qui si è spezzata ma per fortuna è ancora attaccata alla struttura, fosse precipitata al suolo chissà, è andata benissimo.

Aggiornamento alle 6:30 del pomeriggio

Strade vuote; in genere a ques’ora del giorno il traffico impazzisce e sui marciapiedi c’è la calca del ritorno dopo il lavoro. Piove e tira vento. La pioggia non è particolarmente intensa, il vento ogni tanto fischia tra le finestre ma poi si calma. Il peggio sta accadendo a sud, nel New Jersey e a nord, nel Long Island e verso Boston. La televisione mostra immagini abbastanza impressionanti. Parte delle zone A di Manhattan, Brooklyn, Staten Island sono sotto un metro di acqua di mare, pensano che il peggio sarà tra tre ore. La corrente ogni tanto fluttua, ma per il momento qui è tutto tranquillo. Il vento in questi minuti è azzerato, forse sta per cambiare direzione, è quello che temono perchè quando inizierà a soffiare da sud la marea salirà ulteriormente. Manhattan è praticamente isolata. Metropolitana, ponti, tunnel chiusi.

Aggiornamento alle 8: di sera.

Il vento ha cambiato direzione di 180 gradi, adesso arriva da sud ed è decisamente aumentato di intensità,  è meno a raffiche, è più costante e fischia nelle finestre in modo abbastanza rumoroso. Ci sono anche fulmini in lontananza, verso ovest. Il sindaco dice di non uscire di casa perchè adesso è davvero pericoloso. Per il momento pare che la marea non abbia ancora iniziato a salire, speriamo non lo faccia. Sandy è stata appena declassificata da uragano a bassa pressione, tuttavia prevedono durante la notte vento a 90 miglia  (140 km/h) .

Aggiornamento delle ore 9 di sera.

Solo il rumore del vento. Non piove o poche gocce, ma il vento è potente, non è più un fischio, è più un cupo rombo quasi continuo. Ho aperto un poco una finestra e non c’è traffico, non c’è il rumore del traffico che, almeno sulle avenues, non smette mai. E’ surreale. Neppure durante le nevicate più intense c’è questa atmosfera; qualche ambulanza, qualche spazzaneve, qualche camion della spazzatura o i taxi, quelli ci sono sempre. Ma adesso quei pochi rumori stradali che ci sono spariscono nel turbinio del vento. Il tunnel che porta da Midtown Manhattan a Brooklyn attraversando l’East River si sta allagando, buona parte del Financial District è al buio. Si sta allagando l’East Village, buona parte della zona costiera del Long Island è sott’acqua; a nord, dove anche alcune zone del Bronx sono isolate e a sud, Brooklyn, Fire Island. Anche a Yonkers, sulle rive dell’Hudson ad una trentina di Km a nord stanno evacuando le zone allagate. Ora che ci penso poco distante c’è Indian Point. Meglio che vada a dormire, vento permettendo.

Aggiornamento di Martedì 30 Ottobre, ore 5:30 del mattino.

Il peggio sembra essere passato, in questa zona non ci sono stati danni, altrove ci vorranno giorni, settimane per ripristinare corrente elettrica e trasporti. Al momento solo un tunnel è stato tenuto aperto per collegare Manhattan con la terra ferma, tutto il resto è chiuso; tutti i tunnel della metropolitana che passano sotto i fiumi sono allagati, tutti i ponti tra i 5 quartieri sono chiusi, molte autostrade sono chiuse, aereoporti e ferrovie fermi. Non ci sono previsioni per la riapertura. Secondo la MTA questo è “worse then the worst possible scenario”. La marea è scesa, piove ancora ma il vento è moderato, le televisioni parlano già di aggiustare e ripristinare, circa 20 miliardi di dollari il primo conto dei danni. E con questo chiudo la cronaca, anche se non avevo bisogno di scrivere degli appunti per ricordarmi di questi giorni.

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Righicam Ponente

La webcam di Ponente, la prima installata. Questa foto mi è stata spedita da Franco, un genovese emigrato a Firenze per lavoro, persona con cui ho scambiato diverse volte e-mail. Appassionato di alberi e questo mi basterebbe da solo per avere stima nei suoi confronti.

Grazie, Franco.

L’ha salvata e me l’ha trasmessa per la “galleria”. Cavolo; non c’è più la galleria. Me la sono fumata. Devo ripristinarla in qualche modo. Ci penserò. Per il momento grazie a Franco, genovese trapiantato a Firenze.

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Aeroporto di Genova (news)

La ragazza che mi ha fatto il check in è molto gentile, premurosa e graziosa. Ma ci ha messo 20 minuti a darmi le carte di imbarco perchè non ha il lettore del passaporto e dunque deve digitare tutto a mano sul terminale. Poi si è inceppata la stampante. Ha dovuto aprirla, disincastrare il rullo e poi stamparle due volte. Poi si è bloccata la stampante che produce le targhette da mettere sui bagagli, in questo caso ha dovuto lasciare la propria postazione scusandosi  –  si inceppa sempre, nessuno per il momento sembra volerla sostituire –  e chiedere  asilo ad una delle sue colleghe che gestivano altre code. Code lunghissime perchè le postazioni erano poche e poi perchè la sala del check in è stata progettata per contenere 50 passeggeri, non 200. In più non ci sono segnali o sistemi per regolarizzare il flusso e l’incolonnamento, dunque ci si arrangia come si può.

Poi ho provato a mangiare al ristorante. Il posto è infrequentabile per un preciso motivo: l’odore di cucina è talmente forte che impregna i vestiti. E visto che io passo dall’aeroporto di Genova ogni 2 mesi, posso dire che non è un caso, ma è quasi sempre così. Forse hanno risparmiato sui ventilatori di aspirazione o il progetto è stato fatto da uno chi si nutre con pillole per astronauti e non ha mai frequentato un ristorante o una cucina in vita sua,

Sala d’imbarco; avrei voluto caricare il cellulare ma non ci sono prese di corrente. Quello di Genova è l’unico aeroporto che io conosco che non ha prese di corrente nele sale di attesa dove i passeggeri possono caricarsi il computer o il cellulare.

Insomma, ogni volta che devo passare attraverso la miserrima stanzione aeroportuale di Genova mastico amaro. Però adesso non mi arrabbio più; perchè evidentemente sono solo nel ritenere che i vertici dell’aeroporto andrebbero azzerati e sostituiti da persone che hanno a cuore l’immagine di Genova e che si vergognano di quello che vedono e di quello che subiscono i passeggeri, soprattutto quelli stranieri.

In generale, l’aspetto dell’aeroporto di Genova ricorda quello di una piccola stazione ferroviaria provinciale degli anni 60. Disorganizzato, triste, maltenuto, vecchio, freddo sguarnito, poco accogliente. Tra due settimane tornerò e ritirerò la mia valigia su quel nastro trasportatore sporco, sgangherato, fatiscente, dalla cui apertura sull’esterno entra il fumo del trattore che tira i carrelli con le valigie.

Però ho preso la rivista “Aeroporto di Genova News”, che è gratis e che serve per dire quanto siamo bravi e forti. Ne ho lette poche pagine, forse c’è un errore ed è riferito a qualche altro aereoporto, dev’essere così.

Mavaffanculo.

 

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Mettendo a posto delle carte…

“Se vieni a casa mia, sono certo che ti piaccia, guardare un film in tv seduta sulla mia faccia. Giuro non mordo nulla, ma se vuoi che piaccia pure a me, ti chiederei gentilmente di fare prima un bidet; l’ultima volta, la cosa è curiosa, mi si è tappato il naso e non voglio sapere con cosa. Non ricordo il sapore perchè il tempo vola, ma avevo gli occhi gonfi e mi bruciava la gola. Dunque te lo ripeto, anche di fronte a persone, ti siedi sulla mia faccia ma ti lavi con il sapone”

Mettendo a posto delle carte questa sera, ho ritrovato questo breve verso in rima che scrissi diversi anni fa. Se trovassi qualcuno che volesse comporre una dolce canzone d’amore con questo testo delicato, posso anche svilupparlo.

Tanti anni fa in famiglia c’era la tradizione di far interpretare il Babbo Natale a qualche membro anziano della famiglia come evento clou della serata natalizia. A rotazione la presenza di questo figuro inquietante è servita ad incutere timore – se non vero e proprio panico – a noi figli e poi ai figli dei figli. C’era stato anche un breve interludio durato pochi anni durante il quale ai piccolini era chiesto di recitare una poesia di fronte a tale personaggio.

Io avevo scritto una poesia per l’occasione che avrebbe dovuto leggere il moccioso di turno. Però è stata intercettata prima di uscire dalla soave bocca dell’infante e la cosa finì prima ancora di iniziare. Iniziava più o meno con “Evviva il Natale con tutte le luci, speriamo che il bimbo le tocchi e si bruci…” e poi ricordo “…tra i cibi vigliacchi i fagioli stasera mi hanno gonfiato di una atmosfera, e se proprio per sbaglio o per caso mi piego, annerisco ogni cosa, non so se mi spiego.”

Insieme a quella significativa prosa sopra citata pensavo che avrei trovato anche la “Poesia di Natale”, ma invece temo di averla persa. Meglio così.

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