Martedi 7 gennaio 2014 ore 12:05 di Enrico Musso
Tra capodanni, befane e carbone si annidano il tempo e i pretesti per i buoni propositi, per fare il punto, per azzardare bilanci. Ciascuno lo fa per sé, e purtroppo qualcuno lo fa per tutti, le città, i paesi, il mondo. Statistiche, inchieste, reportage, dotti commenti. E la sintesi è: uno, la crisi pare alla fine, molti paesi sono in piena ripresa. Due, l’Italia ne è lontana, se ne riparla fra un annetto. Tre, Genova è in coma.
Non lo dico io, purtroppo, ma una raffica di dottissime analisi su molte testate per lo più di sinistra o di centro, nell’insieme assai credibili. L’ultima in ordine di tempo, a ridosso di San Silvestro, è comparsa su uno dei maggiori quotidiani italiani. Titolo (per la serie la tocco piano): «Genova, la città polveriera dove muoiono i sogni e il futuro non arriva». Alegher, alegher. E se per caso non fosse chiaro il concetto, il catenaccio aggiunge: «Un passato di occasioni perse, gli scioperi e le polemiche: è il lungo inverno dello scontento».
In principio, tre o quattro anni fa, un articolo del Financial Times, nell’unica occasione in cui ha parlato di noi, ha descritto Genova come «un sito storico condannato alla marginalità», caratterizzato da «un caos di pianificazione patologica senza alcuna visione strategica». Carini.
Nell’ultimo anno si sono moltiplicati i reportage funerei da Genova, fino a quest’ultimo. Il prossimo articolo lo facciamo scrivere direttamente al coroner. Genova come uno specchio che amplifica tutto quel che non va in Italia. Manca il lavoro perché le aziende private chiudono o scappano (di solito chiudono le piccole e scappano le grandi). Quelle pubbliche – in particolare quelle del Comune – sono in profondo rosso e vengono tenute in vita artificialmente con i soldi dei contribuenti, accelerando la crisi delle microimprese private e alimentando la spaccatura fra chi almeno mantiene un lavoro garantito e chi lo perde. Anche perché entrambi se la passano peggio di prima e non sono disponibili a dedicare troppa attenzione alle ragioni altrui.
Non c’è un solo settore produttivo in cui l’occupazione sia aumentata. Il tasso di disoccupazione dei giovani ha raggiunto livelli record, mitigato soltanto – paradossi della statistica – dalla loro emigrazione (un metodo infallibile per non avere più giovani disoccupati è non avere più giovani, chioserebbe monsieur de La Palice, e in effetti ci stiamo provando). Anche il prodotto pro capite è tra i peggiori del Nord – per la gioia di chi voleva la decrescita – e la Liguria è l’unica regione del Nord per la quale, e da anni, il flusso dei soldi che arrivano da Roma a vario titolo (pensioni, sovvenzioni ad aziende, cassa integrazione, stipendi pubblici) è maggiore del flusso di tasse che procede in senso opposto.
Le tasse, dal canto loro, aumentano. Sia perché in questi anni hanno continuato ad aumentare quelle nazionali (non solo con i governi Prodi e Monti, che almeno lo hanno ammesso, ricordando il dovere di risanare la finanza pubblica, ma anche coi governi Berlusconi e Letta, che hanno spavaldamente raccontato il contrario), sia perché, tutte le volte che potevano, i governi della Liguria e di Genova ne hanno aggiunte di proprie (tasse sulla casa, addizionali regionali, etc.) per sistemare bilanci non proprio virtuosi.
Gli alti costi della politica non ne assicurano il buon funzionamento, anzi. Su tutte le grandi scelte decisive per il futuro della città pesa l’immobilismo, l’indecisione e l’ondivaghezza dei politici (e non solo), la tendenza a non prendere decisioni per non scontentare questa o quella lobby e non scompaginare coalizioni già fragilissime, tenute insieme solo dall’esercizio del potere.
Dalla gronda autostradale alla gestione delle aziende comunali, dalla metropolitana all’ospedale del Ponente. Decidete qualcosa, una buona volta, qualcosa di sinistra, oppure di centro, oppure di destra, fate un po’ voi. E poi, buon Dio, fatelo. Invece no. E così, al costo vivo della politica si aggiunge quello delle sue non-decisioni, così come quello di una burocrazia dilagante e senza controllo, che rende impervia qualunque iniziativa privata, incluse quelle legate alla creazione di nuovo lavoro. E nella città bloccata aumentano divisioni e intolleranza. Il che è in parte una naturale patologia di un tempo di crisi: ciascuno, davanti ai sempre più magri raccolti del proprio orticello, allunga lo sguardo e trova l’erba dei vicini straordinariamente più verde. Ma in parte è anche il frutto avvelenato di patologie tipicamente genovesi, almeno nella Genova dell’ultimo quarto di secolo: la città dominata da un blocco di potere politico-affaristico, che ha tenuto in scacco le energie sane della città, facendole fuggire o costringendole a compromessi per essere cooptate nella stanza dei bottoni, e dei bottini.
In questo modo si mettono giovani contro anziani, privato contro pubblico, lavoratori dipendenti contro lavoratori autonomi, cittadini contro amministrazione, e (persino) destra contro sinistra. Un circolo vizioso cominciato ben prima dell’attuale sindaco, ma che lui non aiuta certo ogni volta che – a corto di proposte concrete per la città – si rifugia nella descrizione di se stesso come il politico onesto, puro e morale, distribuendo implicitamente agli altri, inclusi i suoi stessi alleati, patenti di falsità e disonestà.
Se questi sono i bilanci – tracciati non da me, ma da autorevoli analisti di molte testate e confermati da oggettive statistiche economiche e sociali – sarebbe facile confinare i propositi d’inizio d’anno all’invettiva e al vaffanculo. Incontro quasi ogni giorno cittadini che mi parlano male del sindaco, come se fosse tutta colpa sua, e lo qualificano come inadeguato (di solito usano vocaboli un po’ meno British). A me tocca difenderlo. Un po’ perché penso che il giudizio sia ingeneroso, e perché non ho comunque la prova che io avrei fatto meglio se avessi fatto il sindaco, cosa di cui si dicono invece sicuri i miei interlocutori, compresi quelli che hanno votato per lui.
Ma soprattutto perché se è davvero inadeguato il problema sono i genovesi che lo hanno eletto, non lui che si è legittimamente e meritoriamente messo a disposizione. C’erano 13 candidati sindaco, ce n’era per tutti i gusti. Chi ha votato per lui può essere contento o scontento, ma prima di tutto di se stesso. Almeno fino alle prossime elezioni.
Vorrei invece che, complice il periodo, fossimo capaci di trarre buoni propositi sia dal terrificante rosario di sfighe evocate da tutti quelli che parlano di noi, sia da questa mortifera ricerca del capro espiatorio attraverso la quale tutti cercano di non fare i conti con la propria incapacità di cambiare. Di realizzare, o, come diceva Gandhi, di essere essi stessi il cambiamento che vogliono vedere in questa città. Che palle, la morte dei sogni e anche il shakespeariano inverno del nostro scontento (ma non dovrebbe a un certo punto esser mutato in radiosa estate dal sole di York, e tutte le nuvole che incombevano minacciose esser sepolte nell’oceano eccetera? che poi Riccardo III era uno che di politica se ne capiva).
Gli esperti in buoni propositi di Capodanno, sempre per tenerci su di morale, assicurano che ci ricorderemo di seppellirli più o meno il primo lunedì di febbraio, uscendo al mattino con una settimana di lavoro davanti, un cielo plumbeo sopra e già qualche delusione dietro, e speriamo solo quella. E concludono, i guru dei buoni propositi, che bisogna concentrarsi su uno solo.
Proviamo con questo: smettiamo di lamentarci di quello che non va e degli altri che non sono capaci; chiediamoci come possiamo, noi, noi insieme, noi tutti insieme, far ripartire questa città. Cominciamo a farlo qui, oggi, da Mentelocale (io scrivo qui ogni due settimane e vi giuro che non vi mollo), dalla rete, ma anche dai bar e locali ancora aperti, dai campetti e dalle palestre, dall’università, dagli oratori, dai centri sociali, dalle piazze. È un buon proposito che li contiene tutti, o quasi. Abbiamo un anno davanti. E, a dire il vero, forse non molto di più.
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