Sul retro di casa io feci mettere i primi alberi quando non avevo idea di come si curassero. Il vivaista che li venne a mettere a dimora, incaricò dei visigoti che forse sapevano come squoiare un capriolo dopo averlo ucciso a colpi di bastone, ma non avevano idea di come si dovessero impiantare degli alberelli già cresciuti. Buco troppo piccolo, nessun impiego di terriccio, riporto della stessa terra pressata con cattiveria sopra le radici.
Insomma metà degli alberi moririono di sete l’estate successiva. Anche perchè nessuno mi disse che andavano irrigati con frequenza assoluta. Di quelli sopravissuti, sei Aceri Campestri hanno attacchito con danni più o meno evidenti. Tre di loro sono davvero malpresi; metà corteccia bruciata, dissolta, tronco esterno seccato, crescita stentata, molti rami che muoiono.
Li tengo perchè sono un inno alla lotta per la sopravvivenza e non mi sento di tagliarli. Anzi, oggi ho circondato questi sei eroi con un sacco di stallatico ciascuno.

Poi ci sono le mie idee fatte in casa; visto che la terra è ancora ben bagnata dalle piogge delle ultime settimane, non ha ancora acquisito quella impermeabilità assoluta di quando è secca e dura. Se io spargo dello stallatico in corrispondenza delle radici e successivamente irrigo abbondantemente, l’acqua con le sostanze nutrienti dissolte penetrano nella terra e raggiungono l’impianto radicale con gioia della pianta.
Questa teoria è frutto delle mie fantasie non supportate da un percorso accademico in presenza del quale, sospetto, assumerebbero il connotato di “stronzata di prima grandezza”.
Almeno ho controllato che la pompa della cisterna funziona, ed è una ansia di meno. I tubi di plastica sono duri per il freddo e non sono riuscito a riavvolgerli, adesso sono stesi sul marciapiede.
Le temperature scese sotto lo zero la scorsa notte non sembrerebbero aver provocato danni alle prime foglioline dei carpini e degli aceri saccarini. E’ tutto, vostro onore.