Le muffe sono un tipo di funghi pluricellulari, capaci di ricoprire alcune superfici sotto forma di spugnosi miceli e solitamente si riproducono per mezzo di spore. La muffa può costituire un problema in ambienti chiusi che per loro collocazione o funzione sono soggetti ad umidità, come cantine e bagni.
Può essere vista su muri e soffitti, con una crescita che non si ferma a uno strato superficiale, ma invece intacca la robustezza della parete e produce inoltre un odore pungente e caratteristico. (tratto da Wikipedia)
La muffa, nel mio caso, è dovuta a dei problemi che possono aver avuto origine in conseguenza di tre specifiche circostanze che si sono verificate al momento della ristrutturazione di casa mia, avvenuta ben dopo il 16° secolo, ossia nel 1999 A.D.
Perchè se fosse avvenuta nel 16°, secolo mi sarei potuto aspettare la muffa sulle pareti oltre alle invasioni dei barbari, le epidemie di peste e di sifilide.
Ma nel mio caso specifico, nel 1999 c’erano tutte le tecniche atte ad evitare la formazione di muffa che avviene qualora l’umidità dei locali condensa su una parete troppo fredda.
Nessuno evidentemente ha ritenuto che le temperature del Righi potessero richiedere una coibentazione migliore che non dei pannelli di polistirolo buttati alla cazzo in un solo tratto di parete, o un tappetino di gomma funzionale come quello a “U” che si usava intorno ai gabinetti.
Allora, per tornare alle tre circostanze summenzionate, comincio dalla prima, vado in ordine casuale senza una particolare prevalenza.
Caso n° 1; chi ha costruito la casa era ignorante. Ignorante, nel senso che pur avendo sostenuto di aver usato della buona cura nel coibentare le pareti di casa, in realtà ne ignora i fondamentali. Ed ha usato tecniche e materiali buone per una primavera a Trapani o su una isola delle Cicladi. Pertanto l’impresario potrà anche essere stato in buona fede, ma lo manderei alla scuola edile per un anno.
Caso n° 2: chi ha ristrutturato la casa era poco brillante. Poco brillante perchè anche un bambino oggi sa cosa vuol dire coibentare una casa, e se usa materiali scadenti e tecniche improbabili ed ha accesso a tutte le fonti di informazioni e comunque ritiene di aver pieno titolo per fare una bella coibentazione in buona fede e si è anche informato, e meno che meno che brillante.
Caso n° 3. E’ un palazzinaro. Perchè ha capito che fare una buona coibentazione incide sul costo della casa (di poco, ma è indubbiamente un costo aggiuntivo) e siccome aveva già venduto la casa a prezzo pieno e sulla carta, sa benissimo che mettere una coibentazione come si deve è (per lui) uno spreco di denaro. Perchè il cliente non può verificare al momento dell’atto di compravendita se la coibentazione della casa che ha appena acquistato è fatta con compensato di peli di culo, e quanto lo verificherà incazzandosi come un bufalo, il bravo palazzinaro avrà già chiuso la società, liquidato qualche altra scatoletta e giuridicamente scomparso. E per il cliente che si sta ricoprendo di licheni la possibilità di dire qualcosa all’imprenditore palazzinaro svanisce, salvo incontrare la di lui consorte che con un sorriso a 69 denti ti dice “ci state bene nella casa che ha costruito mio marito ?”.
E mentre scrivo queste righe alle 8 di sera, mi avvolge il familiare odore del minestrone dei vicini, la cui cappa di aspirazione butta direttamente nel mio quadro elettrico principale e di li in buona parte di casa mia. Fai bene a mangiare verdure sai, come è noto fanno cagare, non quanto la tecnica costruttiva delle nostre case, in questo sono imbattibili.





Posso solo citare il famoso adagio:
– Ti piace la muffa?
– Fi!