Ogni sera per tornare a casa passo sotto le finestre di un piccolo ristorante gestito da una coppia, di cui uno e l’addetto alla cantina dalla quale proviente una ampia selezione di buoni vini, l’altro è lo chef. Si, d’accordo; questo posto è affine a quei locali fighetti dove non fanno il risotto ma il risottino, non ci sono i volgari spaghetti ma gli spaghettini, i gnocchettini, lo sformatino, la verdurina. Tendenzialmente trovo il vezzeggiativo in cucina una maledizione. Porzioni risibili presentate in modo pretestuoso per un conto da capogiro servito con la presunzione dell’alta cucina. Vaffanculo ? Si, con trasporto; abbiamo la cucina più buona del mondo e tu ristoratore ti inventi delle scemate perchè le troffie col pesto sono popolari e volgari.
Uno dei titolari che ti accoglie e viene a prendere gli ordini, non consente frizzi e lazzi al commensale, al quale chiede implicitamente di avvicinarsi al suo desco con umiltà, moderazione. Si capisce che pretende di essere ascoltato quando discerne sul menu concedendo solo un briciolo di trattativa, quanto basta per capire che il cliente ha una classe tale da a) permettergli di entrare in quel ristorante b) apprezzare la cucina elaborata e ricercata. Al cliente è concesso di fare poche domande, in base alle cui risposte laconiche deve capire di fronte a quale piatto meraviglioso si trova. Null’altro deve dimandare, ma sorridere e lasciarsi guidare dal maestro.
Normalmente rigetto questo tipo di approccio, ma tutto sommato una volta ogni tanto mi presto a questa pantomima anche perchè poi, in sostanza ed in definitiva, si mangia bene, non c’è puzza di cucina, è silenzioso, ci sono le candele ed ampie finestre dalle quale di sera si vede quel meraviglioso presepe di luci che è Genova vista da mezza collina. Ed il conto, per il locale che è, è caro ma ragionevole.
Dunque ogni tanto con Miriam ci andavo, fino ad una sera in cui siamo andati con una coppia di amici. Lui è una persona carissima, un vero amico. Lei è una cara ragazza, ma è anche una rompicoglioni di dimensioni planetarie. L’avvio di serata è stato il peggiore possibile:
– Lei: non ho molta fame, si potrebbe avere qualcosa di leggero, una piccolissima porzione, non saprei proprio, c’è qualcosa di semplice perchè proprio non ho appetito.
– Lui (comproprietario): signora, se preferisce può andare in un bar e farsi fare un toast.
Gelo assoluto in tavola. Lui è stato tremendamente maleducato, ma – lei – cosa cazzo vai a fare in un ristorante per dire che non hai fame ? E in quel tipo di ristorante poi. Se vai in trattoria il cameriere si gira dall’altra parte e la cosa finisce li. Non hai fame ? Beh cazzi tuoi. Ma non puoi dire al titolare di un ristorantino romantico che sei entrata li, hai a disposizione un menù elaboratissimo pieno di vezzeggiativi e non solo non hai fame, ma vuoi qualcosa di leggero sottendendo che se non lo chiedi espressamente, ti arriveranno dei piatti contenenti cibi grassi, pesanti ed indigeribili. Non lo dici e basta. Prendi un antipasto che intanto in quei posti è servito in porzioni ridotte ed un secondo tipo un trancietto di branzinetto e poi lo lasci mezzo li. Senza contare che questa benedetta ragazza dice spesso di non aver fame, e poi finisce per prendere tutte le portate, il dolce, si beve da sola mezza bottiglia di vino e poi stramazza in auto al rientro. Alla faccia di chi aveva detto che aveva solo un modestissimo languore. Meno male che il ristoratore non poteva conoscere questo dettaglio.
Quella fu una serata orrenda. Temo che il ristoratore, dotato di una memoria di ferro, da quella sera mi abbia incluso in una lista di persone indesiderabili. Temo che se mi presentassi una sera con Miriam verremmo immediatamente riconosciuti. Il cameriere premerebbe un pulsante tipo quelli che ci sono nelle banche ed azionano l’allarme silenzioso. In realtà si accende una luce in cucina e tutti i lavoranti scattano come durante un allarme antiaereo, solo che invece di cercare riparo, iniziano a strapparsi i peli del culo, si soffiano il naso e raccolgono altre sostanze, muco e secrezioni innominabili che finiranno nelle nostre portate.
Dunque tutte le sere passo sotto le finestre illuminate e penso chissà quando potrò tornare una sera a cenare li senza rischiare. Potrei camuffarmi con barba, baffi ed occhiali scuri, ma non credo che passerei inosservato. Chissà se ha cambiato gestione ed il file dei clienti indesiderati s’è perso, magari la pennetta s’è smagnetizzata.
Io porterei l’amica a mangiare friscioli, farinata, panissette e frittelle di baccalà, in una qualsiasi friggitoria tipica di Genova, bevendoci su del sano vino nostralino DOS (Denominazione di Origine Sconosciuta). Scommetto che si farebbe dare il cellulare del cuoco (chiamiamolo così quel personaggio dantesco danzante fra tegami sfrigolanti, teglie roventi, forni ardenti ed olio bollente buono per combattere un assedio). E se rimane addosso un po’ di odore pesante di fritto e di cucina, per lei bastano due gocce di Chanel n°5 per mascherarlo. Per l’uomo invece non serve afrore mimetico, tanto “l’omo a da puzzà”! (Chissà se esiste ancora il Denim, cosicchè l’uomo non debba chiedere, MAI! Chiedere chissà cosa poi: il nome dell’occasionale lei, e se il suo nome è Andrea è maschile o femminile, il numero di telefono, lo stato familiare, la situazione patrimoniale, il certificato di buona e sana costituzione, se di notte russa, se ha fratelli piccoli rompicoglioni, se è ricercata dall’Interpol, se si fa la ceretta sotto il naso, se le puzzano i piedi….boh?)
Non ho capito cosa vuoi dire ma intanto non importa
L’immagine dell’allarme è sublime!